mostra collettiva di pittura e fotografia-Milano -Palazzo del Senato

Paola Congia, Rosanna Lonis e Giuseppe Floris: 3 artisti sardi in una mostra collettiva a Milano
Scritto da: Tottus in Pari in Primo piano, tags: sardegna

di Sergio Portas

Nel palazzo del Senato di Milano (Napoleone Bonaparte, allora re d’Italia nel 1805, si sceglieva lui i suoi senatori, oggi invece…) è sito l’Archivio di Stato. Lo frequentavo giusto trent’anni fa quando, per completare la tesi di laurea, andavo consultando le carte di polizia lì depositate che davano conto della vita dei leader sindacali e della Camera del lavoro di Milano, intorno agli anni venti del novecento. "L’Avanti!" di allora scriveva del nostro (vostro) Antonio Gramsci che veniva da Torino ad arringare le folle dei lavoratori milanesi impegnati nell’occupazione delle fabbriche. Una volta gli storpia pure il nome in Gramnci, ma allora non era ancora famoso. Oggi comunque ci sono ben tre altri sardi che, dal 29 settembre al 10 ottobre, hanno esposto alcune delle loro opere nel prestigioso edificio. La mostra collettiva si intitola "Confronti d’Arte" e nasce con l’intento di presentare al pubblico milanese un ventaglio di nuove proposte che si affacciano sul mercato dell’arte contemporanea, almeno così dice il catalogo in carta patinata. Avvertendo anche che non esiste un filo conduttore a legare i dodici artisti presenti nella rassegna. O perlomeno non ne esiste uno solo. Dei tre che vi dicevo il fatto che tutti siano nati nell’isola nostra non li rende per questo meno diversi nell’espressione artistica. Singolare comunque che percentualmente siano di gran lunga la presenza territoriale più consistente nel novero della dozzina presente. Paola Congia è di Sardara e qui ha portato una serie delle sue fotografie (formato quadro) che riguardano i fiori, soggetto che predilige tra gli altri. Sono delle macchie di colori forti che spiccano vieppiù su di uno sfondo scuro. Rose e tulipani carnosi su cui puoi contare le gocce di rugiada che li bagnano. La piccola calla che sembra aprirsi alla vita. Ignazio Marcis scrive di lei che non incorre in una sorta di voyeurismo, che è il rischio di ogni fotografo, perché nella raffigurazione dei fiori e nel suo accostamento è ispirata dall’amore e dallo stupore fanciullesco. E comunque questi fiori hanno una loro "spudorata bellezza", colta, è il caso di dirlo, dalla sensibilità artistica dell’artista. Tanto sono discrete le foto della Congia quanto diversamente i due immensi quadri che espone Rosanna Lonis. Quasi due metri per due. Se te ne innamori e anziché tenere in banca i risparmi di una vita decidi di buttarti in un investimento d’arte (in realtà non ho idea delle sue quotazioni), come consigliano i guru della finanza che pure ci hanno sbattuti in questa recessione senza fine, una intera parete del soggiorno è da essere adibita per ogni quadro. Ed è meglio che la stanza di cui si parla sia grande. Rosanna Lonis vive a Selargius e Alessandro Manesini scrive che: "i suoi voli sgrammaticati premono sulla carta intelaiata, strappandola e permeandola di un movimento vorticoso e veloce". Qui sono un’enorme farfalla bianca su sfondo rosso e una cavalletta , pure bianca e immensa, su sfondo nero. Sempre il Manesini ci informa che l’autrice usa, come fossero tele, delle carte sottili che "maltratta" a lungo, stese sul pavimento e infilzate poi sul muro con puntine da disegno. Fogli grandi, avvolgenti, duttili, ci si può anche camminare sopra." I coleotteri dipinti sono esseri disfatti e in via di mutazione, hanno ali e non le sanno usare, si sono aggrappati ai quadri lasciandoci sopra impronte di rosso, bianco, nero…". Per eseguirli l’artista usa materiali bizzarri e inconsueti: dal carbone vegetale al detersivo per piatti, per stendere i quali non disdegna le mani guantate o le pennellesse da muratore. Unico maschio sardo beato tra queste donne è l’arburese Giuseppe Floris Serra. Che predilige invece i toni pastello, che danno alle sue opere un tono di rilassata tenerezza. Sono infiniti puntini di colore, come fossero mosaico composto da gocce policrome cadute sapientemente sulla tela, che contribuiscono ognuna la sua parte a formare le figure dell’opera. Il "dialogo dei bimboni" è un cento per ottanta in cui quattro visi di bimbo agli angoli della tavola tentano invano di rubare il proscenio a un grande sole centrale i cui raggi concentrici si fanno via via da gialli a rosa a celestri. Gli occhi sgranati dei bambini a fissarlo. Il sole è presente in tre tele sulle quattro esposte, icona che si autoimpone alla ispirazione dell’artista. Quasi un sub inconscio che non trova limiti di sorta. Floris Serra ha cominciato a vincere premi di disegno fin dalle scuole elementari, a nove anni. E’ artista polivalente, scultore anche e ritrattista. Ha esposto le sue opere naturalmente in Sardegna e poi in tutta la penisola, da Roma a Genova, da Venezia a Foggia. E in Francia, Grecia, Portogallo. Ama esprimersi per serie di quadri, tipo i "Paesaggi arburesi in agonia" o "Le figure arcaiche sarde", ma anche "Le ragazze celesti" e, a contrasto magari involontario:"Spioni e guardoni". La sua prima mostra in una collettiva a Genova è del lontano 1975. Il movimento pittorico a cui si ispira verrebbe da chiamarlo "goccismo"e pare di capire che l’abbia in qualche modo inventato lui, o ne sia uno dei protagonisti assoluti. I suoi quadri non sopportano il vuoto, se spazi bianchi si intrufolano, sono anche essi fatti di gocce. Hanno un’impronta assolutamente unica e personalissima, una sua opera la si riconosce immediatamente anche se fosse mischiata a centinaia di altre di artisti diversi. Qui a Milano ha una parete tutta per sé. Oggi la galleria non è molto affollata, posso impunemente scattare fotografie delle opere esposte senza incorrere nelle ire del personale addetto alla sicurezza. E purtroppo gli autori sono assenti, c’erano solo all’inaugurazione. Ma hanno lasciato un po’ della loro anima appesa alle pareti. Facendo in modo che non si possa passare loro davanti senza sentirsi interrogati nel profondo. E gli artisti sardi non sfigurano davvero tra gli altri, tutt’altro. Si può quasi dire che caratterizzino la mostra tutta e la colorino dell’etnos che non possono ricusare. Impastato com’è delle tinte forti che la terra natia sa usare per vestirsi nelle stagioni che ruotano perenni. Con quell’oro del sole di Floris Serra che prepotente vorrebbe tingere di sé ogni spiga di grano anche a primavera, i fiori sontuosi di Paola Congia giustamente spaventati dalle falene mostruose di Rosanna Lonis.

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