CaCO3

Appena qualche settimana or sono Paola ci confessava che era in “crisi fotografica”, che non riusciva più a scattar foto, che si sentiva priva di ispirazione. Un accadimento normale e frequente tra noi fotoamatori. Che nella maggior parte dei casi va preso come una pausa naturale, fisiologica, umana. E che nella maggior parte dei casi si dissolve così come è arrivato, spesso aprendo spazi nuovi e più vitali nel nostro modo di vedere fotograficamente, nel nostro percorso creativo, nel nostro impulso insopprimibile ad esprimerci attraverso questo mezzo. Et voilà, eccone qui un esempio lampante.
Non che prima della “crisi” le foto di Paola fossero qualitativamente inferiori o meno interessanti di questa, tutt’altro. Quel che però trovo ancor più determinante in questo scatto è la lucidità con la quale l’autrice si è posta davanti al soggetto. Lucidità nel senso di precisione, essenzialità, capacità di sintesi realizzativa. Paola ha visto subito le potenzialità fotografiche insite nella scena che aveva davanti: solo una piccola (mi perdoni Bag, l’aggettivo non vuol certo essere diminutivo nei suoi confronti…) figura umana che quasi si perde al confronto di una titanica montagna di blocchi marmorei. Non doveva esserci nulla di più o di meno per dar forza estetica ed emotiva all’immagine che ne è scaturita. Anche l’atteggiamento dell’uomo, indifferente all’incombenza minacciosa dell’ambiente circostante indaffarato com’è ad armeggiare con il suo strumento fotografico, rafforza il senso di squilibrio dimensionale ed esistenziale tra natura umana – sempre alle prese con le sue passioni – e natura della materia, immutabile nei millenni se non per le leggi della genesi universale o per l’intervento dell’uomo stesso. Persino quei graffiti, un esempio di idiozia patentata, un vero e proprio sfregio alla bellezza di quei marmi, sembrano non aver la capacità di scalfirne la nobiltà e maestosità che esprimono.
Eppure, nonostante il divario esteticamente enorme tra uomo e montagna, non c’è “conflitto” tra i due. E’ come se quei colossi fossero lì ad aspettare che l’ingegno umano si serva di loro, conspevoli della bellezza e della perfezione che potrebbero nascere dall’unione tra la loro insita natura e la creatività dell’uomo.
Ho una spiccata predilezione per le immagini che indagano sui rapporti tra uomo e suo ambiente, e quando i risultati sono questi ne rimango affascinato. Ma credo anche di poter aggiungere, senza tema di esagerare, che questa specifica immagine avrebbe altresì destato il vivo interesse di due celebri Michelangelo della storia dell’arte, seppur nel rispetto delle distanze storiche culturali ed artistiche che ne separano i rispettivi percorsi. Michelangelo Buonarroti che, oltre a rimanerne ammaliato, avrebbe sicuramente avuto uno dei suoi scatti d’indignata ira davanti ai segni lasciati sul marmo da così stolta mano. E Michelangelo Antonioni, che avrebbe riconosciuto l’affinità con certe sue inquadrature, e ne avrebbe preso spunto per approfondire una volta di più la sua ricerca sulla solitudine smarrita dell’uomo davanti al mistero – insondabile ed affascinante allo stesso tempo – del mondo (o della prigione) in cui si muove.
Brava Paola.

Marco Furio Perini

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